Intelligenza e progressismo: un legame a doppio filo

Essere progressisti e innovatori sarebbe indice di una maggiore intelligenza.

Satoshi Kanazawa, psicologo evoluzionista presso la London School of Economics and Political Science, avrebbe scoperto che i ragazzini che si autodefiniscono “molto progressisti” hanno un quoziente di intelligenza medio di 106 contro il 95 dei ragazzini che sia autodefiniscono “molto conservatori”.

Secondo Kanazawa la specie umana è destinata ad essere biologicamente conservatrice ed essere progressisti è una novità dal punto di vista dell’evoluzionismo.

Come spiegato sulla rivista Social Psychology Quarterly, le persone con un QI più alto tendono a fare scelte più azzardate e meno comuni, ad abbracciare l’ateismo, il progressismo e anche a preferire (ma solo per gli uomini) la monogamia.

Questi soggetti avrebbero una maggiore intelligenza complessiva: “cioè quella abilità di pensare e rispondere agli stimoli offrendo soluzioni nuove a problemi già noti, ma anche a problemi nuovi per i quali non ci sono soluzioni garantite e tramandate da generazioni”.

Naturalmente il quoziente intellettivo non è l’unico modo per valutare l’intelligenza di un individuo, che è caratterizzata da una miriade di sfaccettature, anche emozionali, ma le conclusioni di Kanazawa, che non è nuovo a ricerche di questo tipo, sembrano suggerire che per pochi progressisti dall’eccezionale QI, come Leonardo da Vinci, ai quali è affidata l’evoluzione della specie, ci sono milioni di esseri umani conservatori e assolutamente nella media.