La stipsi è un problema molto frequente nelle popolazioni che vivono nei paesi industrializzati, interessa maggiormente il sesso femminile ed è più frequente negli anziani. Il problema si accompagna a malesseri generali, dolori crampiformi e sensazione di pesantezza addominale.
La frequenza della stipsi cresce in maniera esponenziale nei soggetti di età superiore ai 65 anni in relazione a fattori dietetici, riduzione del tono muscolare, dell’esercizio fisico (che favorisce la motilità intestinale) e all’uso di alcuni farmaci come gli antidepressivi.
L’iter diagnostico della stipsi è generalmente difficile e si articola in due livelli. Il primo approccio avviene da parte del medico di medicina generale che provvede all’inquadramento generale della stipsi e all’eventuale coinvolgimento dello specialista per procedere ad una diagnostica di secondo livello.
Molto importanti sono i sintomi associati e la tipologia di insorgenza della stipsi. Le forme acute di stipsi o le forme associate ad emissioni di sangue devono destare molto sospetto e vanno rapidamente indagate.
La stipsi si manifesta con:
- Evecuazione una o due volte alla settimana e solo con l’ausilio di lassativi o clisteri
- Necessità di digitazione
- Sensazione di incompleta evacuazione
- Evacuazione frazionata (avviene più volte durante la giornata)
- Necessità di spingere molto
- Impiego di molto tempo sul water (più di 15 minuti)
- Senso di peso rettale o perineale
Lo studio della stipsi richiede, oltre alla visita, l’esecuzione di alcuni esami al termine dei quali lo specialista formula una diagnosi, classificando la stipsi in forme che dipendono da un transito rallentato delle feci nel colon oppure che dipendono da una defecazione ostruita. Quest’ultima, è causata da un problema inerente al retto e al canale anale, cioè dalla parte finale dell’apparato digerente e non da errate abitudini di vita.
La causa principale è dovuta ad un prolasso della mucosa o della parete intera del retto verso l’ano che crea un ostacolo al passaggio delle feci. Altre volte la muscolatura del retto si sfianca creando una tasca chiamata rettocele che, nelle donne, protrude verso la vagina. Il problema principale dunque è quello di un prolasso del retto che va rimosso per riportare la situzione alla normalità anatomica. Oggi, è possibile risolvere questo fastidioso problema con un intervento poco doloroso e che necessita di pochi giorni di ricovero.
L’intervento si chiama S.T.A.R.R. (stapled trans anal rectal resection) ovvero resezione per via trans-anale del prolasso rettale con una suturatrice. L’intervento consiste nell’asportare i tessuti prolassati che ostacolano la defecazione con l’ausilio di una suturatrice meccanica, senza incisioni chirugiche esterne, lavorando l’ano e ricostituendo un retto anatomicamente normale. L’intervento di 45 minuti circa può essere eseguito anche in anestesia spinale.
Il decorso post-operatorio richiede circa due giorni di degenza, è caratterizzato da un dolore molto tollerabile se non addirittura assente, un rapido tempo di ripresa del paziente ed un precoce ritorno all’attività lavorativa.
La letteratura scientifica sull’argomento è concorde nell’affermare che l’accuratezza dello studio pre-operatorio e la corretta indicazione chirurgica sono direttamente proporzionali alla buona riuscita dell’intervento che, per questi motivi, deve essere eseguito in centri specializzati.
La Società Italiana Unitaria di Coloproctologia (SIUCP) da anni segue con attenzione queste problematiche.